diventare adulti? Un problema da affrontare

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Ciao a tutti, cari amici di Radio Liberamente, e benvenuti all’appuntamento settimanale con la nostra mirabolante newsletter. Vi sentite degli eterni Peter Pan? Vi trovate immersi in un mondo adulto che stentate a riconoscere come vostro? Faticate ad assumervi delle reali e importanti responsabilità? Oggi parleremo proprio di questo, anzi, per l’esattezza, non tanto dei sessantenni che scimmiottano chi di anni ne ha solo venti o di donne che vogliono competere con le figlie in una triste e grottesca illusione, determinata dal desiderio di rimanere sempre giovani e belle. In questi casi si parla effettivamente di un prolungamento “eterno” del proprio stato adolescenziale e giovanile, abbastanza malinconico, sotto un certo punto di vista, anche se in alcuni casi comprensibile, considerando i tempi, i modelli in qualche modo suggeriti dalla pubblicità e dalla televisione, nonché il temperamento innato di alcune persone. Ma questo sarebbe un discorso decisamente lungo e complesso, da approfondire magari in un altro momento. No, oggi voglio suggerirvi riflessioni sui giovani che faticano ad entrare nella vita adulta, che ancora a trent’anni, magari, vivono coi genitori e non riescono (o, in alcuni casi, non vogliono) assumersi delle vere responsabilità, ritardando, in modo tutto sommato abbastanza rischioso, la costruzione di una vita autonoma, indipendente. Dove sta il problema? Perchè oggi tanti giovani si trovano in questa situazione? Agiscono diversi fattori in questo senso, probabilmente anche economici e sociali, oltre che meramente psicologici?

Pensieri su questo argomento mi sono stati suggeriti da un’interessante intervista, realizzata sul settimanale “F”da Anna Tagliacarne, che ha visto come protagonista Massimo Ammaniti, psicoanalista e professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo all’Università Sapienza. Ammaniti ha scritto un libro avvincente e stimolante dedicato al nostro argomento di oggi, ed emblematicamente intitolato “Giovani senza tempo”. Dall’intervista presa in esame si evincono alcune riflessioni particolarmente chiare e rappresentative dell’attuale condizione giovanile e non solo. Il professore specifica subito, ad esempio, che mentre secondo i test psicoanalitici l’adolescenza va dai 12-13 anni sino ai 21 (questi in fondo, aggiungo io, sono ancora, nel senso comune e più popolare, i confini del periodo adolescenziale a cui di solito si fa riferimento), attualmente i tempi si sono dilatati enormemente, tanto che oggi l’adolescenza va in realtà avanti sino ai 30 anni. Un fenomeno, questo, che lo psicologo Jeffrey Arnett ha denominato “emerging adulthood” (età adulta emergente), proprio con la finalità di delineare in modo chiaro un processo in atto oggi sempre di più in Occidente. E tutto questo non certo per una sorta di pigrizia intellettuale, anzi. Molti giovani sono pieni di idee e particolarmente creativi, ma poi sembrano non riuscire a realizzare concretamente quanto pensato, quasi, mi verrebbe da dire, continuando a vivere entro una sorta di bolla, protettiva e inoffensiva ma altamente limitante (soprattutto in prospettiva di una crescita effettiva). La giornalista chiede ad Ammaniti quanto possano condizionare il fenomeno gli attuali strumenti digitali, e il professore sentenzia che il loro abbondante utilizzo, effettivamente, arriva a plasmare il cervello dei giovani, influenzandone addirittura la percezione e le esperienze individuali. In modo particolare, le persone cercherebbero frequentemente conferme dall’esterno, non però sostanzialmente in rapporti faccia a faccia ma attraverso “un’audience immaginaria”, costituita dal pubblico dei social network (come non pensare, a questo proposito, all’attuale smania di ricevere “like”che commentino i propri comportamenti). Da un punto di vista propriamente psicologico, i ragazzi sviluppano un atteggiamento autocentrato e narcisistico, sempre alla ricerca di conferme. Ma forse l’aspetto più interessante che si evince dall’articolo riguarda il comportamento dei genitori, in grado di condizionare la ricerca di identità dei figli. Spesso infatti, come suggerisce Ammaniti, i genitori di questi ragazzi sono persone cinquantenni nel pieno della loro vita, il periodo adolescenziale dei figli coincide sempre di più con la mezza età dei genitori, un periodo molto particolare perchè intriso di bilanci sulla propria esistenza, su ciò che si è fatto e sull’interrogativo se effettivamente si stia conducendo una vita all’insegna della realizzazione. Un momento critico, quindi, anche il loro, che va a scontrarsi inevitabilmente con l’intrinseco bisogno di punti di riferimento solidi dei loro figli. In fondo, sia figli che genitori vivono una sorta di crisi esistenziale, i giovani alla ricerca di una loro identità e il padre e la madre avvinti da una condizione di smarrimento ed incertezza, perchè vorrebbero rimanere giovani nonostante il trascorrere del tempo. Ma non solo. C’è anche da considerare il fatto, sostiene Ammaniti, che i figli sono sempre meno, sovente le famiglie sono caratterizzate da un figlio unico, che fatica ad abbandonare casa, anche perchè ormai i rapporti sembrano essere diventati “orizzontali”, tutti i componenti sullo stesso piano, in una condivisione di esperienze e sentimenti che paiono aver eliminato il distacco generazionale. Certo poi, ammette il professore, contribuiscono a tutto ciò anche fattori sociali che rallentano di fatto l’entrata nel mondo adulto: la società stessa oggi sembra meno disponibile ad accogliere i giovani, ad esempio, ed è innegabile che le opportunità per costruire una propria famiglia siano oggi diminuite.

Aldilà di tutte queste dinamiche e del loro contributo limitante ad un’effettiva crescita e maturazione giovanile, credo non ci si possa nascondere un dato tutto psicologico ma che assume, senza dubbio, un’importanza decisiva nella comprensione del fenomeno: diventare adulti è un trauma, a volte anche molto doloroso, ma che assume una valenza decisiva al fine di realizzare una vita compiuta, serena e soddisfacente. E’ un trauma perchè richiede necessariamente l’abbandono (a volte netto o quasi) di tante “zone di comfort”, non intendendo con queste soltanto luoghi materiali più o meno accoglienti, ma anche i modi stessi di pensare, che dovranno essere improntati ad una maggiore consapevolezza, praticità e capacità di affrontare i problemi. E sinceramente penso che queste difficoltà (con conseguente desiderio di rimandare il passo decisivo verso l’età adulta) siano state avvertite anche dalle generazioni passate. Indubbiamente, però, e qui trovo illuminante il testo preso in esame, più i cambiamenti epocali mirano ad assecondare la ritrosia verso la crescita, più si verificano atteggiamenti e comportamenti come quelli descritti. Di sicuro, c’è anche una componente soggettiva importante: alcuni, vuoi per temperamento o per spiccato ottimismo e fiducia nelle proprie forze, sembrano mostrare più coraggio nell’affrontare la “decisione di crescere”. E’ probabile, in questo come in altri casi, che i più sensibili o emotivi siano “maggiormente prudenti” in questo senso, anche se non è sempre detto sia così.

Questo, comunque, è un discorso molto importante e dalle mille sfaccettature. Lo riprenderemo sicuramente in altre newsletter o in una delle nostre trasmissioni. Alla prossima!