L’importanza di dire “basta!”

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Ciao a tutti e benvenuti al consueto appuntamento con la nostra newsletter. Oggi vorrei condividere e commentare con voi un interessante articolo pubblicato sulla rivista “F”, la cui lettura mi è parsa particolarmente costruttiva e, in una certa maniera, utile, al fine di comprendere sempre meglio le dinamiche psicologiche di cui spesso nelle newsletter ci occupiamo. L’autrice è Teresa Bergamasco, la quale tratta il problema (tale infatti è, almeno per alcuni) dell’imparare a farsi valere, innanzi ai soprusi più o meno fastidiosi che, a volte, caratterizzano la nostra quotidianità. Se è vero infatti che alcune persone sanno far valere le proprie ragioni, con determinazione e sicurezza, altre incontrano molte difficoltà in situazioni di questo genere (essere sorpassati in una fila alla posta o al supermercato, subire le angherie e la prepotenza di un datore di lavoro, reagire innanzi a battute poco simpatiche di amici o famigliari ecc.)

La giornalista ipotizza che la nostra eventuale ritrosia a dire “basta” sia dovuta all’esigenza del quieto vivere, o al fatto che ci consideriamo superiori a certe bassezze. In realtà, si specifica nell’ articolo suddetto, le motivazioni sarebbero sostanzialmente diverse. Andrea Giuliodori, life coach e autore del blog EfficaceMente, dice che noi non ci facciamo valere a causa di una paura addirittura di tipo ancestrale, il timore radicato nell’uomo di essere escluso dal gruppo. In pratica, se noi non reagiamo è perchè abbiamo paura che, in caso contrario, gli altri ci possano considerare come dei nemici e possano quindi eliminarci dalla “comunità”. Così come succedeva tantissimi anni fa, quando gli uomini giravano per la savana e un’eventuale esclusione dal gruppo equivaleva ad una morte sicura. La paura, quindi, determinerebbe la nostra mancanza di azione in questo senso, paura, mi verrebbe da dire, del distacco dagli altri, di una loro inimicizia nei nostri confronti e di un loro conseguente allontanamento.

Oggi, però, non siamo più nella savana e, per difenderci da uno stato passivo di accettazione dei soprusi altrui (nonché da un’inevitabile senso di frustrazione) dobbiamo in qualche maniera reagire. Ci sono tecniche e metodologie adatte a ciò? La Bergamasco cita un libro importante da questo punto di vista, si intitola “Piccolo manuale per non farsi mettere i piedi in testa”, della psicologa ed esperta di comunicazione Barbara Berckhan, edito da Feltrinelli. In pratica, secondo l’autrice, vi sarebbero dei passi fondamentali per raggiungere l’obiettivo, alcuni dei quali possiamo velocemente elencare. Innanzitutto è molto importante lavorare sul linguaggio del corpo, cercando di adottare una postura fiera e regale, che dovrebbe immediatamente trasmettere alle persone a cui ci troviamo innanzi un’idea della nostra sicurezza e personalità. La prima impressione, infatti, è molto importante, curarla adottando un atteggiamento giusto risulta fondamentale. Altro punto da considerare e seguire: con i prepotenti bisogna dominare la rabbia, senza cedere ad essa (spesso chi è stato molto passivo tende ad una forte aggressività) e spiegando loro con gentilezza (ma determinazione) come siano scorretti i loro comportamenti. In modo particolare nell’ambiente lavorativo, poi, è fondamentale essere rispettati, un atteggiamento troppo passivo non potrebbe far altro che nuocere alla nostra immagine e alla giusta considerazione che i colleghi dovrebbero avere di noi. In questo contesto, anche il non dire mai di no potrebbe risultare deleterio, è necessario dosare le energie e assumere sempre un atteggiamento determinato.

E nell’ambito famigliare? E con il partner? Anche all’interno di questi contesti si possono subire soprusi e prepotenze, anzi capita sovente che le persone a cui siamo più affezionati, se si comportano non correttamente e mancandoci sostanzialmente di rispetto, possano colpirci ancora più profondamente. Berckhan sottolinea che in queste situazioni non bisogna mai lasciarsi mortificare, mai dare segni di approvazione (sorridere, ad esempio) a battute o allusioni. Alle volte, anzi, può essere utile un gesto secco e perentorio, come alzarsi in piedi e, guardando la persona dritta negli occhi, puntualizzare il proprio dissenso. In casi estremi, quando la situazione non migliora, l’unico comportamento idoneo può essere anche quello di abbandonare la stanza, mostrando in questo modo l’assoluta contrarietà a quanto verificatosi.

Il libro della Berckhan sembra davvero avvincente, rientra probabilmente nelle pubblicazioni di auto-aiuto di cui vi abbiamo parlato anche in una precedente newsletter. Anche in questo caso però, mi sento di consigliarvi, la lettura non deve essere veloce e superficiale, perchè i suggerimenti preziosi inseriti nel testo vanno sicuramente convalidati nella pratica, messi in atto concretamente, avendo anche il coraggio di affrontare e superare eventuali insicurezze. Aldilà infatti dei timori ancestrali delineati da Giuliodori all’inizio della nostra newsletter, penso che problemi di autoaffermazione si verifichino soprattutto in soggetti insicuri e probabilmente caratterizzati da una bassa autostima. Imporsi di seguire delle regole in definitiva abbastanza semplici come quelle elencate nel libro suddetto può aiutare molto in questo senso, a patto però di adottare, soprattutto in alcune determinate situazioni, una buona dose di coraggio. D’altronde la posta in gioco è indubbiamente appetibile, perchè solo manifestando una vera personalità (che, attenzione, non significa sfrontatezza o prepotenza, anzi!) gli altri ti possono rispettare e anche, perchè no, apprezzare. Certo non si potrà mai piacere a tutti (sarebbe un obiettivo utopico), ma questo in fondo non deve troppo preoccupare chi è alla ricerca di una propria autenticità e desidera affermarla con discrezione, ma determinazione, nel mondo.