“Libri di auti-aiuto,si o no”?

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Benvenuti all’appuntamento settimanale con la nostra newsletter. Siamo usciti vivi dal Màt (e questa sarebbe già una notizia), durante il quale abbiamo realizzato con passione interviste, radiocronache dei vari convegni, animazione di alcuni incontri importanti. Come tutti gli anni, aldilà delle battute, Màt si è rivelato un’esperienza molto interessante e, modestamente, riteniamo esser stata opportuna la nostra idea di dedicare le ultime newsletter ad alcuni degli ambiti tematici toccati dall’evento.
Questa settimana vorrei riflettere con voi sui cosiddetti libri di auto-aiuto, soprattutto alla luce di quanto letto sull’ultimo numero di “F”, una delle mie riviste preferite. Nella sua rubrica “benessere news” è stato pubblicato un trafiletto intitolato “più felici coi romanzi che coi libri di self-help” che mi ha molto incuriosito, in quanto vorace lettore di testi di questo genere (almeno fino a qualche anno fa). Ricordo che già in una precedente newsletter parlai della pubblicazione di un nuovo libro sul pensiero positivo, ma la categoria è veramente molto ampia. Esistono infatti testi su come affrontare e vincere la timidezza, su come ottenere successo nella vita, sulla maniera di diventare ricchi, sul vivere in armonia con se stessi e gli altri, e via dicendo. Tutti titoli allettanti, ovviamente, capaci di suscitare grandi speranze e aspettative nella mente dei lettori. Sembra però che non tutti siano convinti dell’opportunità di dedicarsi a queste letture. Come spiega “F”, infatti, è stato scritto da Svend Brinkmann un libro intitolato “Contro il self-help”, destinato a far discutere, quantomeno per l’originalità della tesi ivi contenuta. In buona sostanza, l’autore afferma quanto sia assolutamente importante adottare un atteggiamento di accettazione dei nostri limiti, e di come in questo modo sia possibile apprezzare di più la vita. Leggere libri di self help, invece di portare gratificazione e sicurezza, rischierebbe di farci sentire più inadeguati, in quanto risulterebbe irrealistico, innanzi alle vite stressanti e frenetiche che facciamo, riuscire a stare al passo su tutto. Meglio allora, suggerisce Svend Brinkmann, la lettura dei romanzi, che ci portano ad apprezzare meglio la complessità dell’esistenza.
In pratica, mi sembra di comprendere, attraverso questa nuova pubblicazione si afferma l’importanza di accettarsi per quello che sostanzialmente si è, senza porsi continuamente, da questo punto di vista, nuovi traguardi. Principalmente perchè, in una società e in un periodo storico così particolari come i nostri, talmente ricchi di trasformazioni e di nuove capacità da acquisire per adeguarvisi, la vita di ciascuno di noi diventerebbe una strenua rincorsa verso il raggiungimento di sempre nuovi obiettivi, che poi magari tenderebbero ad allontanarci dal nostro “sè” più autentico. Un “sè”, mi viene da pensare, che rappresenta per tutti noi una sorta di punto focale attraverso il quale orientare la nostra vita, imprescindibile, col quale esprimerci nelle più diverse situazioni e apportare al mondo quanto di più originale ci caratterizza. In questo senso mi trovo d’accordo con le opinioni di Brinkmann, anche se, da una prospettiva più generale, tenderei a non demonizzare del tutto i libri di auto-aiuto, anzi!
In realtà, Brinkmann a parte, mi è capitato di incontrare diverse persone a loro dire contrarie a saggi di questo genere, per svariati motivi. Alcuni ritengono troppo irrealistici gli obiettivi enunciati dai titoli a volte effettivamente mirabolanti, per cui già nel momento che li vedono esposti in libreria tendono a passare oltre, con aria quasi divertita. Altri ritengono semplicemente che molti suggerimenti contenuti in questi libri siano facilmente intuibili anche solo seguendo ragionevolezza e buon senso, e quindi non ci sia assolutamente bisogno di acquistarli. Altri ancora, a prescindere, reputano impossibile, o quantomeno improbabile, che un unico libro possa migliorare in modo significativo aspetti caratteriali, atteggiamenti mentali e debolezze varie.
Mi sembra corretto, a questo punto, scrivere alcune puntualizzazioni. Innanzitutto non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, poichè esistono, ovviamente, differenze importanti tra un libro di self help e un altro. Mentre alcuni di essi possono indubbiamente risultare banali, o comunque dai contenuti poco significativi, altri sono ricchi di consigli utili, supportati sovente da studi psicologici importanti. Spesso vengono presentate proprio delle tecniche attraverso le quali si invita il lettore a superare limiti e paure, magari desunte dalle attuali terapie cognitive-comportamentali, che tanto successo, a livello di efficacia concreta, sembrano avere oggi in campo psicologico. Altro aspetto fondamentale, necessario da tener presente quando si inizia la lettura: i suggerimenti contenuti nel testo non vanno semplicemente letti ma messi puntualmente in pratica, adottando, se necessario, una certa disciplina finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo. Sovente, infatti, c’è la tentazione di leggere velocemente il saggio, aspettandoci di individuare un consiglio o una riflessione “miracolosi” che, quasi come una sorta di illuminazione divina, ci facciano cambiare improvvisamente, senza troppa fatica. Non trovando niente di tutto ciò, ci avviliamo, chiudiamo il libro e non vogliamo sentirne più parlare, come delusi da una magia mancata. Purtroppo non funziona così, anche in questi casi “chi la dura la vince”, anche se certi titoli di copertina (questo è vero) indubbiamente favoriscono atteggiamenti illusori di questo tipo.
Sul fatto se convenga o meno porsi dei traguardi per superare nostri limiti, cercando di adattarci ad una realtà che cambia in continuazione, la mia idea è meno chiara. Se è vero che dobbiamo soprattutto essere centrati su noi stessi, accettando nel modo più sereno possibile le nostre particolarità, è anche indubbio che nell’uomo è insita una spinta al miglioramento costante, al superamento di limiti e al miglioramento di difetti caratteriali che possano in qualche maniera ostacolare una sua compiuta realizzazione. Ecco, penso sia questo il punto: ogni essere umano dovrebbe aspirare alla sua realizzazione più autentica, mirando al raggiungimento del suo io più personale, senza lasciarsi troppo condizionare dalle richieste altrui, riscoprendo la sua vera e unica personalità. Non sempre questo è facile, non sempre è conveniente e, soprattutto, non sempre questo è possibile. La vita è fatta anche di compromessi ed adattamenti a situazioni, richieste ed esigenze esterne spesso lontane da noi e alle quali dobbiamo adattarci. L’importante, forse, è riuscire ad individuare anche in ciò che ci è più estraneo elementi di arricchimento personale, accettando gli eventuali cambiamenti positivi che essi ci possono portare.