“Rinuncio alla vita e rischio di perderla”

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Ciao a tutti e benvenuti all’appuntamento con la nostra mitica newsletter. Oggi, cari lettori,affronteremo un argomento abbastanza triste, se vogliamo, ma di una grande importanza, soprattutto perchè, almeno in parte, riguarda un po’ tutti noi. A chi non è capitato, infatti, di sentirsi particolarmente triste e demotivato, senza speranze per il futuro, apatico, avvinto da sentimenti negativi, se non da una vera e propria disperazione? Purtroppo stati emotivi di questo genere caratterizzano qualche volta le nostre esistenze, possono essere brevissimi momenti estemporanei o durare per più tempo, trascinandosi a volte anche per mesi o anni, dando luogo a fenomeni di depressione e avvilimento importanti. Prima ho parlato di disperazione, ma, nel contesto di questa newsletter, è probabilmente più corretto fare riferimento a condizioni emotive magari meno “aggressive” (almeno a breve termine) ma forse alla lunga ancora più rischiose, pericolose. Penso proprio a quel tipo di abbattimento che può tracimare nel cosiddetto “lasciarsi andare”, senza opporre alcun tipo resistenza, quasi immersi in un drammatico stato vegetativo, Può capitare dopo un lutto, ad esempio, ma anche in seguito a svariate altre circostanze, come un licenziamento, una delusione amorosa e via dicendo. Se è vero che questi tipi di sentimenti possono essere a tutti più o meno famigliari, è anche realistico pensare che, nelle loro forme più estreme e drammatiche, purtroppo, esse possono portare a conseguenze deleterie, se non definitive.Mi è capitato di leggere, a tal proposito, un interessante articolo sul sito dell’ Huffington Post, che pone un interrogativo importante, al quale sovente mi è capitato di pensare ma senza mai venirne sostanzialmente a capo. La domanda è questa : è possibile realmente morire nel momento in cui si decide di lasciarsi andare? Altrimenti detto: è possibile che una condizione psicologica talmente tanto negativa di avvilimento e abbandono possa portare ad una vera e propria morte fisica? Nella concezione comune e popolare, in fondo, a quest’idea si è già data una risposta, spesso infatti ad una estrema condizione psicologica di abbattimento si associa la scomparsa della persona che l’ha provata, come, ad esempio, quando si viene a sapere di una madre che muore pochi mesi dopo la morte del figlio o di una vedova che scompare successivamente alla morte del marito. Ma c’è effettivamente qualcosa di scientifico in tutto ciò? Sembra di si.

L’articolo suddetto racconta di uno studio realizzato dal dott. John Leach, della Portsmouth University, pubblicato sulla rivista “Medical Hypotheses, secondo il quale le persone che decidono sostanzialmente di arrendersi e di rinunciare alla vita rischierebbero realmente di morire, anche solo nell’arco di pochissimi giorni. Beninteso, si parla di individui che non attuano il gesto estremo del suicidio, come spiega Leach, e, in definitiva, neppure di persone che potremmo definire depresse. Hanno, molto più semplicemente, adottato un atteggiamento di totale arrendevolezza, di abbandono, di rinuncia alla vita. La morte che sopravviene in questi casi viene denominata “morte psicogena” e rappresenterebbe una vera e propria patologia, spesso conseguenza di un terribile evento, drammatico.Il professore analizza in modo scientifico, naturalmente, fenomeni di questo tipo, spiegando come a questo sentimento di sconfitta (sconfitta dalla vita) si associ un reale mutamento dell’attività in una zona del cervello che, generalmente, ci motiva a curarci di noi stessi. Eventi drammatici (traumatici, per meglio dire) potrebbero arrecare danni all’azione della “corteccia cingolata anteriore”, zona celebrale fondamentale per l’elaborazione di pericoli e problemi, il cui blocco può portare ad uno stato di apatia. Sembra esserci comunque anche un lume di speranza in tutto questo: il fenomeno, infatti, è in un certo senso reversibile, una persona può “ravvedersi” e tornare indietro, a patto che riesca a individuare un nuovo senso della propria vita e così riuscire a dominarla, come magari era accaduto in passato.L’articolo dell’Huffington Post delinea anche alcuni campanelli d’allarme che dovrebbero preoccupare parenti e amici di una persona in difficoltà, utilissimi per prevenire gli esiti più drammatici di fenomeni di questo genere. La rinuncia alla vita sociale, ad esempio, allarmante quando si protrae per molto tempo, con la persona in questione che non riesce ad esternare le proprie emozioni, si stacca dagli altri, non è sensibile ai sentimenti e alle emozioni altrui. Ma non solo. Fattori da non sottovalutare possono essere lo struggente stato di apatia, caratteristico anche degli stati di depressione profonda, consistente nella perdita di interesse per ogni cosa (e, ovviamente, per se stessi), l’abulia (ovvero incapacità di prendere decisioni ed iniziative) e l’ acinesia, che si manifesta, ad esempio, nell’incapacità di muoversi, nell’insensibilità al dolore e in altre forme di deficit nell’avvio di sequenze motorie.

Insomma, mi viene da dire, questo studio conferma ancora una volta il forte legame tra mente e corpo, un filo indissolubile tra testa e cuore, come in fondo c’era da attendersi e come l’intuito popolare aveva già perentoriamente ravvisato grazie forse ad un sapere esperenziale e alle testimonianze di esistenze finite causa dolore. Quante volte si parla di persone morte per crepacuore, tremendamente sconfitte da una vita che sembra diventata loro estranea, se non acerrima nemica. Anche se in questi casi il discorso tende ad essere molto specifico, mi viene da sottolineare comunque l’importanza che, nelle terapie psichiatriche e psicologiche, si deve dare ad un approccio olistico nei confronti delle persone con disagio, interessandosi dei vari aspetti della loro esistenza, di una salute che non sia solo psichica, ma anche, ad esempio, fisica e caratterizzata da buoni rapporti sociali e ambientali. L’uomo è un complesso di elementi integrati, non siamo fatti a compartimenti stagni. Rendersene attivamente consapevoli è fondamentale sia per il paziente che per il medico.