Questa… È… Spar… ah no… Ansiaaaaaaaa!!!

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Ieri mi è capitato di leggere un articolo molto interessante, anche se, devo dire la verità, inizialmente il suo titolo mi ha alquanto spiazzato. Sembrava infatti, contraddire, almeno in apparenza, tutte le battaglie contro lo stigma, relativo alla malattia mentale, che attualmente vengono portate avanti da molti, con tanta fiducia e vigore.

Nello specifico il titolo recitava così: ”Smettetela di confondere un po’ di stress con la vera ansia”; ma, soprattutto, era davvero inquietante il suo sottotitolo: ”Lo sappiamo che avere l’ansia è di moda, ma continuare a vantarvi di quanto Xanax prendete non fa bene a nessuno”. Oddio, mi son detto, non ci posso credere! Ma come, dopo le campagne che persone ed enti fanno per incitare chi soffre di un disagio psichico a parlarne, nell’intento di combattere il pregiudizio, arriva questa ( l’autrice è una certa Christina Stiehl) che sovverte tutto, e anzi sembra quasi ironizzare sul desiderio di fare coming out e sull’uso degli psicofarmaci. Leggendo attentamente l’articolo, invece, mi accorgo della sua validità, e di quanto l’autrice sottolinei degli aspetti importanti sull’argomento a cui io non avevo pensato.

In sostanza, la Stiehl sostiene, tra l’altro con una certa enfasi, che ultimamente molte persone, e tra queste diversi personaggi noti, tendano a svilire l’importanza e la gravità delle patologie d’ansia, facendo troppo spesso dichiarazioni in realtà errate su loro passeggeri e poco gravi stati di salute. In quanti, ad esempio, dichiarerebbero, magari in buona fede, di soffrire di panico, quando magari il loro è solo un momentaneo nervosismo, dovuto ad esempio ad un colloquio di lavoro o ad un esame. I disturbi d’ansia patologici sono qualcosa di molto serio e spesso di invalidante, le persone che ne soffrono realmente vedono sovente utilizzare in modo assolutamente inappropriato i termini psichiatrici che riguardano il loro disagio.

Si verrebbe quindi a creare secondo me una situazione paradossale: da una parte è positivo il fatto che comunque la gente parli di queste problematiche senza vergognarsene, dall’altra non bisogna sottovalutare il problema che un’esagerata disinvoltura nell’affrontare queste tematiche possa poi produrre una svalorizzazione delle stesse, e, soprattutto,un’estensione sconsiderata dei termini psichiatrici e psicologici a malesseri giustificati dagli eventi o comunque non invalidanti.

A parte i disturbi d’ansia, a me è capitato frequentemente di osservare  gli atteggiamenti descritti dalla Stiehl a proposito della depressione. Penso sia esperienza comune quella di sentire persone che lamentano di essere depresse, quando, in realtà, sono solo un po’ giù di umore, e magari il mattino dopo tornano sfavillanti come sempre. Io stesso, pur conoscendo bene il problema depressione e le sue nefaste conseguenze, spesso mi ritrovo a utilizzare inappropriatamente termini sbagliati relativi a una mia , magari momentanea, mancanza di entusiasmo e di energia. Quindi, forse, il problema non è tanto il non sapere esattamente di cosa si sta parlando, e quindi di sottovalutare eventuali problemi e loro caratteristiche, quanto quello di prestare una maggiore attenzione al proprio linguaggio e di attribuire il giusto peso alle parole.

Coscienti che certi errori si possono comunque commettere (e forse sono inevitabili), prestare una maggiore cura alla scelta del lessico è sicuramente auspicabile. E’ vero che la società odierna, così dinamica e frenetica, sembra condizionare, a volte, una sorta di semplificazione del linguaggio, ma questo non può essere una giustificazione a un nostro comportamento troppo arbitrario in questo senso.

Anche perché alle volte si possono creare dei veri e propri fraintendimenti, che rischiano di compromettere un’effettiva comprensione dell’altro e del suo stato d’animo. Soprattutto, quando ci si appropria di un linguaggio medico, è bene agire con cautela.