Psicofarmaci e Sport, una questione irrisolta?

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Ciao a tutti e ben ritrovati all’appuntamento settimanale con la nostra newsletter. Il primo appuntamento, tra l’altro, dopo le vacanze estive, che spero siano state per voi fonte di serenità e divertimento. L’argomento che vorrei trattare oggi è particolarmente complesso, ma anche molto affascinante, e probabilmente non riuscirò ad esaurirlo nello spazio di un’unica newsletter. Mi riservo quindi di concluderlo la prossima settimana, durante la quale cercherò di trovare altre informazioni sul tema, nella speranza di suscitare in voi eventuali riflessioni e, perché no, ” prese di posizione”. D’altronde, vorrei ricordarvelo, siamo in Settembre, manca poco più di un mese all’ormai mitico Màt ( Settimana della Salute Mentale di Modena), nostro ” diritto e dovere” è quello di prepararci adeguatamente all’evento. Da questo punto di vista, noi di Radio LiberaMente siamo già attrezzati a quei 7 giorni di ” frenetica follia”, e vi promettiamo fin da ora avvincenti interviste con i protagonisti che ci aspettano a Màt. E, come chi ci segue già sa, i principali protagonisti dell’evento non sono solo i medici ( per fortuna!), ma anche, ad esempio, musicisti, teatranti, e in generale tutti coloro che animeranno la manifestazione con il loro contributo. Perché Màt è dibattiti, conferenze, storie, ma anche, importante ricordarlo, arte e sport. Si, sport. E proprio quest’ultimo sarà tema di questa e della prossima newsletter.
 Vorrei infatti parlarvi di un lungo ed interessante articolo, scritto da Jackie MacMullan, che mi è capitato di leggere alcuni giorni fa su internet, riguardante la salute mentale e lo sport, nonché, più specificamente, l’utilizzo dei farmaci psichiatrici da parte degli sportivi, e le enormi difficoltà che alcuni di loro avvertono nel rivelare ai colleghi il proprio disagio psichico e le eventuali terapie con cui devono curarsi. L’articolo in esame prende spunto, in modo particolare, dall’esperienza di Shane Larkin, un giocatore NBA, il quale ha raccontato   la sua personale e dolorosa lotta contro il disturbo ossessivo-compulsivo. Gli amici di Radio Liberamente già conosceranno questa particolare ( e, per certi versi, ancora misteriosa) patologia, perché ci è capitato di menzionarla durante alcune nostre trasmissioni, e di raccontarla più nel dettaglio in una delle nostre precedenti newsletter. Per chi ancora non sapesse bene di che cosa realmente si tratti, posso dire che questa forma di disagio psichico è caratterizzato, in buona sostanza, dalla presenza, nella mente di chi ne soffre, di pensieri intrusivi e ossessivi che, nei casi più gravi, possono arrivare a compromettere una vita normale e ad essere estremamente invalidanti. Spesso, come indica in modo chiaro il termine stesso con cui la patologia è definita, alle ossessioni si aggiungono, per conseguenza, determinati atti compulsivi ( anche solo mentali, in realtà), tesi a rappresentare tentativi di soluzione ai pensieri ossessivi, anche se il conforto e la tranquillità da essi ottenuto è solo temporaneo. Larkin si racconta in modo sincero e genuino, spiegando come certi ” riti compulsivi” abbiano cominciato a caratterizzare la sua esistenza, fin da quando lui era piccolo, come ad esempio lavarsi moltissime volte le mani durante la giornata, fino a ritrovarsele, di sera, addirittura sanguinanti. Tutto questo, come è facile immaginare, per il timore ossessivo dei microbi, che risulta emblematico nel rappresentare una delle espressioni più diffuse del disturbo ossessivo ( conosciuto anche come D.O.C). Larkin, per il timore di essere giudicato male, non ha parlato della sua difficile condizione agli amici e ai compagni di squadra, solo i genitori erano a conoscenza dei suoi insistenti rituali, anche se le loro reazioni al problema furono differenti, così come si presentarono diversi i loro tentativi di affrontarlo. Alle medie il disturbo di Larkin si intensificò, tanto che la madre lo portò da uno psichiatra che gli prescrisse un antidepressivo. Il farmaco sembrò in parte funzionare, alleviando i sintomi della malattia. Ma a questo punto il ragazzo notò che la terapia aveva, come effetto collaterale, quello di ridurre in modo considerevole le sue forze, la sua energia, elementi fondamentali per continuare con profitto il suo amatissimo sport e diventare, un giorno, un grande campione. Fu a quel punto che Larkin, rivolgendosi alla madre, affermò la sua decisione di non continuare più ad utilizzare i farmaci. La storia del giocatore è ancora molto lunga e significativa, è lo stesso ragazzo a raccontare di come la malattia, in alcuni momenti, tendesse a peggiorare ( ricorda, in particolare, in concomitanza con eventi stressanti). Si affidò alle cure di un nuovo terapista, il quale agì soprattutto a livello psicologico, attraverso la meditazione e colloqui sulla vita di Larkin e sulla sua passione per lo sport. Il giovane ha continuato con coraggio e determinazione a praticarlo, giocando con varie squadre ed affermandosi professionalmente. I sintomi del D.O.C non sono ancora completamente spariti, ma lui sta riuscendo a tenere sotto controllo la malattia, nel suo caso senza l’aiuto di psicofarmaci e, elemento sottolineato con forza, grazie alla collaborazione dei suoi genitori.

Ma il punto che a noi interessa, in questo contesto, riguarda proprio l’attività sportiva a cui il nostro protagonista si è dedicato, e si dedica, con tanto amore, e la sua relazione con l’ambito tanto complesso del disagio psichico. In casi come questi si pongono alcuni interrogativi fondamentali: è giusto parlare con gli altri componenti della squadra ( e, naturalmente, col proprio allenatore) del disagio psichico di cui si soffre? Gli altri possono capire? E se anche comprendono la situazione, non tenderanno poi ad avere un atteggiamento pregiudizievole nei miei confronti? Potrebbero ad esempio pensare che la mia sofferenza psicologica mi renda in qualche modo ” diverso” ( ma, in fondo, non siamo tutti diversi?), non adatto alle competizioni sportive, facilmente distraibile da pensieri o sentimenti fuorvianti… Il mio allenatore potrebbe supporre un deficit della mia concentrazione durante partite importanti, facendo quindi poco affidamento su di me e sulle mie capacità. Lo stesso Larkin racconta che, quando prese parte all’NBA Draft Combine nel 2013, si sentì porre numerosissime domande sulle sue condizioni psichiche, tipo ” Ti stai curando? Ti sei curato? Come puoi funzionare in uno spogliatoio con questi problemi?'”. Domande per certi versi legittime, ma che, se ripetute spesso soprattutto all’interno di determinati contesti, non possono che peggiorare un senso di diversità ed inferiorità già presumibilmente avvertito da chi ha un problema così serio. Ma i dilemmi non finiscono qui: a parte l’accettazione sociale e il timore di essere stigmatizzati in un ambiente altamente competitivo come quello sportivo, si insinua un altro problema, già menzionato dallo stesso Shane, riguardante l’uso dei farmaci. Alcuni psicofarmaci, infatti, danno sonnolenza, o, quantomeno, riducono le forze e le energie. Questo può essere davvero un problema serio per uno sportivo, da non sottovalutare, che mette in gioco ( e in contrasto, potremmo dire) due ambiti fondamentali per chi fa sport: la salute mentale e la prestazione fisica di alto livello che il suo sport richiede. Che fare? Come comportarsi in questi casi? Cercheremo di parlarne la prossima settimana. Un grosso abbraccio e, come direbbe Annalisa, bye bye!