Psicofarmaci e sport seconda parte

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Ciao a tutti e ben ritrovati all’appuntamento settimanale con la nostra newsletter. Come promesso la scorsa settimana, anche in questo appuntamento parleremo del tema sport-salute mentale, in particolare commentando notizie e cercando di stimolare riflessioni sull’opportunità di dichiarare i propri problemi psicologici nell’ ambiente sportivo ( compreso l’utilizzo di psicofarmaci). Non solo. Si impone un altro interrogativo: farmaci psichiatrici possono interferire con le prestazioni sportive? Non siamo specialisti dell’argomento, e quindi non sappiamo se, da questo punto di vista, esistono regole particolari che vadano seguite senza se e senza ma. Molto in generale, ci sentiamo di dire che è corretto e giusto raccontare al proprio psichiatra il fatto che si pratichi un’attività sportiva ( soprattutto se questa è svolta intensamente, e occupa molto del proprio tempo). Il medico potrà così, eventualmente, ” personalizzare” meglio la terapia, dare i consigli più giusti al riguardo, nonchè, elemento importantissimo, informare il paziente riguardo a possibili effetti del farmaco sul cuore e sulla muscolatura, soprattutto se combinato ad un’attività fisica importante. Ci sembra doveroso, a questo proposito, raccontarvi altre testimonianze e riflessioni estrapolate dall’articolo di Jackie McMullan descritto parzialmente la scorsa settimana, articolo trovato su internet, che parla della questione della salute mentale nella NBA e delle difficoltà di molti sportivi a parlarne.
Tra i vari contributi, merita attenzione quello del dott. William Parham, psicologo statunitense che monitora e studia la crescita del problema disagio psichico nella NBA. Come ormai sembra pacifico a tutti, egli dichiara che alcuni tipi di disturbo mentale possono richiedere l’utilizzo del farmaco, anche se, secondo il suo parere, frequentemente gli psicofarmaci agiscono solo sui sintomi, senza curare realmente i veri problemi. Nell’articolo si specifica, tra le altre cose, che la questione nella NBA riguardante l’utilizzo di farmaci verte su vari tipi di disturbi, così come d’altronde accade, più in generale, anche in ambito non specificamente sportivo. Accanto a quello ossessivo-compulsivo, citato nella newsletter precedente ma che in realtà interessa solo una piccola percentuale di persone, troviamo la depressione, l’ansia, il disturbo da deficit di attenzione, nonchè l’iperattività ( ADHD), la quale, secondo John Lucas ( assistente allenatore degli Houston Rockets), sarebbe molto diffusa tra i ragazzi della NBA. E’ lo stesso Lucas a specificare come a molti giocatori siano state somministrate cure farmacologiche per l’iperattività, nonostante i ragazzi avessero il timore di essere poi troppo rilassati durante la prestazione sportiva. Vedete che ritorna il nocciolo duro della questione: gli sportivi hanno paura che il farmaco diminuisca il livello delle loro performance, probabilmente perchè, inutile nascondercelo, spesso i medicinali psichiatrici arrecano sonnolenza, stanchezza. E questo vale un pò per tutti ( non solo per gli sportivi), ma certamente nel mondo altamente competitivo dello sport il problema può essere avvertito con maggiore drammaticità.

L’altro problema che ci interessava analizzare riguarda, come scritto inizialmente, gli interrogativi sul dire e il non dire, dichiarare pubblicamente le proprie difficoltà psicologiche, o mascherare il tutto tentando di attribuire alla propria persona l’immagine di uomo invincibile, senza debolezza alcuna. Anche in questo caso, ovviamente, la questione non riguarda solo il mondo dello sport, ma tutti coloro che attraversano momenti di difficoltà psichica. La paura della discriminazione e dello stigma è ancora molto forte, nonostante negli ultimi anni si siano fatti notevoli passi in avanti. In generale, infatti, oggi viviamo in un periodo caratterizzato da sincere ( e a volte inaspettate) rivelazioni al pubblico di proprie questioni personali ( outing), soprattutto relativamente alla propria identità sessuale e alle vissute sofferenze psicologiche. Questo, in generale, assume un valore molto positivo, ed è estremamente importante quando ciò viene fatto dalle celebrità, poichè parlano ad un pubblico molto vasto e possono ( anche se il processo è sempre graduale) arrivare a mutare in meglio preconcetti e modi sbagliati di pensare. Da questo punto di vista, gli esempi sono tanti, molti li possiamo individuare anche nel mondo della musica, ove si infrangono spesso tabù fastidiosi e, in definitiva, inutili. E’ anche comprensibile, però, che in alcuni ambienti, con certe persone e in determinate condizioni, ciò può creare disagio, o addirittura problemi importanti, se non, paradossalmente, una maggiore discriminazione subita nel proprio vissuto individuale.

E’ difficile, in questi casi, dare consigli precisi su come comportarsi. Noi, come radio della Salute Mentale, a cui stanno a cuore problematiche di tal genere, non possiamo che suggerire a tutti di evitare sciocchi pregiudizi ( termine ambiguo, questo, perchè comunque rimanda all’idea di un ” giudizio” che sembra sia sempre necessario dare) e inutili ed erronee generalizzazioni. Bisogna sempre ricordare che la persona con disagio non è solo il suo disagio, ma giocoforza molto di più, ed è fondamentale avviare una conoscenza profonda del prossimo, disponibili ad un dialogo aperto e sincero.