Non avere paura delle proprie passioni!

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Ciao a tutti e ben ritrovati all’appuntamento settimanale con la nostra newsletter. Oggi vorremmo commentare un interessante articolo scritto dalla psicologa clinica Brunella Gasperini per “Psicologia 24” (Portale Italiano di Psicologia e Neuroscienze), che ci ha suggerito coinvolgenti riflessioni e anche un certo ottimismo. Si parla delle passioni, di come riconoscerle e delle strategie inconsce che a volte adottiamo pur di evitare salti nel buio. Si perchè capita sovente che, pur di non affrontare novità che contrariamente ai nostri timori potrebbero sollevarci e ravvivarci, rimaniamo anche per molti anni in una sorta di stand-by, una condizione tutto sommato tranquilla che però non risponde realmente alle nostre più intime passioni.

Ma andiamo con ordine. La psicologa sostiene con fermezza che ritrovare le proprie vere passioni rappresenti un impegno fondamentale per uscire da una condizione di noia che ci impedisce di sentirci realmente vivi. Successivamente dà anche alcuni consigli per raggiungere questa importante consapevolezza, suggerimenti che potrebbero sembrare anche elementari, aggiungiamo noi, ma che spesso nella vita concreta ci dimentichiamo di applicare. Ad esempio, è necessario che ognuno di noi individui quali siano le attività (ma anche, più in generale, le relazioni e le credenze) che in qualche maniera non ci fanno sentire vivi, ci annoiano. Si badi che secondo noi questo è un punto fondamentale, perchè molto spesso è proprio il tedio della routine, o comunque l’abitudine ad un tipo di vita che non ci corrisponde pienamente, a portare in modo inesorabile alla depressione. La psicologa sottolinea come non sempre riusciamo in realtà a liberare i nostri desideri e i nostri impulsi, preferendo, come abbiamo accennato all’inizio, una situazione sostanzialmente anestetizzata, timorosi di cambiamenti che potrebbero mettere in discussione ciò che noi siamo sempre stati.

Tra l’altro, ci preme evidenziare come in generale la paura dei mutamenti possa, aldilà del sentirsi poco vitali e realmente entusiasti nei confronti della vita, far perdere delle grandi occasioni, sia nel campo lavorativo che in quello affettivo. La paura innanzi al nuovo è comprensibile, però lasciarsene soggiogare può essere deleterio. Nella vita ci vuole coraggio, altrimenti si rischia un’esistenza monotona e spuria che, tra l’altro, potrebbe minare in modo indelebile l’autostima. Come si possono infatti nutrire una giusta considerazione di sè e un reale apprezzamento delle proprie capacità se non ci si è mai messi in gioco? Citando un avvincente testo del famoso Anthony De Mello,(“Messaggio per un aquila che si crede un pollo”), rischieremmo di ignorare la nostra vera identità e di nasconderla anche a chi ci sta attorno.

A questo proposito, risulta particolarmente significativo l’intervento di Gregg Levoy, docente nel settore formativo ed educativo e autore di numerosi libri sull’argomento, secondo il quale tendiamo ad utilizzare delle vere e proprie strategie per resistere alle passioni. Ad esempio, si può rimanere in attesa del momento perfetto (un istante che poi, ci viene da dire, sembrerà non realizzarsi mai), o scegliere un percorso parallelo rispetto a quello vero. In sostanza ascolteremmo si quelle che sono le nostre attitudini e predisposizioni, ma senza addentrarcene fino in fondo, come potrebbe fare un potenziale pittore che, timoroso di confrontarsi con le sue effettive capacità in quel campo, opta per un più rassicurante mestiere da critico d’arte. Le altre tecniche consistono, ad esempio, in una sorta di auto-sabotaggio (tenersi eccessivamente occupati per non prestare troppa attenzione a quello che si vuole veramente) e convincersi che non si desidera realmente quell’obiettivo, adattandosi quindi ad una realtà che si considera già abbastanza gratificante.

Gasperini spiega che la passione non è semplicemente ciò che ci piace, ma quell’interesse per il quale saremmo disposti a soffrire e rischiare, che ci spinge all’azione, in modo abbastanza inesorabile, che emerge sempre nella nostra esistenza anche se razionalmente vorremmo starci lontano. In sostanza, una sorta di vocazione, se non addirittura di ossessione. Effettivamente, ci verrebbe da dire,  anche se il disturbo ossessivo-compulsivo viene diagnosticato ad una percentuale tutto sommato bassa della popolazione, in fondo molti di noi convivono con delle ossessioni. Se consideriamo le persone che si dedicano al lavoro in modo totalizzante, trascurando altri settori della propria vita, o quelle che vivono per il partner o, perchè no, i ferventi credenti che orientano tutto il loro agire pensando frequentemente a Dio e a ciò che si ritiene giusto o sbagliato secondo il loro credo religioso, verrebbe da dire che certi pensieri fissi appartengono a molti di noi. Ma questo non è per forza un male, anzi! Quando una vocazione positiva ci riempie di serenità e di soddisfazione, è giusto perseguirla, senza paure e nell’invincibile sicurezza che sarà possibile superare le eventuali difficoltà a cui si potrebbe andare incontro.

Sottolineiamo che la passione che dobbiamo coltivare deve essere fruttuosa e benefica, non nuocere a se stessi e agli altri, donare serenità e soddisfazione. A questo proposito lo psicologo J. Vallerand dell’università di Montreal, in Canada, distingue due tipi di passione: adattiva e disadattiva. La prima ha effetti concreti sul benessere psicologico  prevenendo depressione e, più in generale, malessere. La seconda è invece quella che influenza negativamente altri ambiti esistenziali e può condurre ad effetti negativi. In conclusione, pur dichiarandoci sostanzialmente in accordo con questa ultima precisazione, ci sentiamo anche di affermare che a volte, nel perseguimento di una vera vocazione che razionalmente si giudica fruttuosa e positiva, possono comunque emergere anche momenti di difficoltà, di conflitto, se non addirittura di crisi. Questo secondo noi è normale e non inficia la positività generale della passione a cui ci stiamo dedicando. I percorsi per l’autorealizzazione a volte possono essere lunghi e complessi, ma se la meta agognata rispetta compiutamente noi stessi e il nostro modo di volerci bene ne vale la pena.