Meritocrazia? No,grazie

pubblicato in: Newsletter | 0

 

 

Quanto ieri mi è capitato di leggere su un noto settimanale italiano, dapprima mi ha sorpreso in modo intenso (anzi, direi quasi spiazzato), ma poi, ad una seconda riflessione, non ho potuto fare a meno di condividerne, almeno in parte, il contenuto.

In poche parole, un certo Laszlo Barabasi, conosciuto come il fisico della complessità ungherese, avrebbe sostenuto, in modo alquanto perentorio, come sia sostanzialmente poco importante il lavoro duro, metodico e intenso per fare davvero carriera nella vita. In pratica sgobbare tutto il giorno e tutti i giorni, con costanza, impegno e indefessa dedizione, non garantirebbe il tanto agognato successo, l’apprezzamento entusiastico da parte della collettività innanzi al nostro operato. Addio meritocrazia, dunque? L’abnegazione allo studio e al lavoro che fin da piccoli ci hanno insegnato hanno quindi poco valore nella nostra dura e cruda realtà?

Secondo Barabasi non dobbiamo cadere nell’errore di confondere, allo stato attuale, la buona performance con il successo. Non è assolutamente così automatico come ci si potrebbe aspettare. Certo, la prestazione in sé è necessaria (e ci mancherebbe altro!), ma il successo conseguente non è cosi deterministicamente garantito.

Entrerebbero in gioco infatti svariati e molteplici fattori, dinamiche importanti che porterebbero ad un vistoso scollamento tra misure della performance e misure del successo, favorendo così fenomeni avvilenti, come il nepotismo e la corruzione. Studiare e fare luce su questi meccanismi potrebbe portare a creare le basi di una vera e propria scienza del successo, in grado di delineare con lucidità le strategie per riuscire vincitori nel lavoro (e quindi un po’ anche nella vita).

Che dire….In generale che la meritocrazia non godesse proprio di ottima salute lo si era capito molto bene. Sarà capitato a tutti infatti di osservare come alcune persone prese in modo quasi ossessivo dal loro mestiere, magari estremamente disciplinate ed efficienti, in realtà fatichino poi a raggiungere quei traguardi prestigiosi che da loro ci si aspetterebbe.

E sarà capitato altresì di vedere come alcuni personaggi reputati di scarsa capacità e di poco impegno, accedano invece ad alti gradi professionali. Sono questi dei raccomandati? Sono delle persone straordinariamente fortunate? Oppure questi individui apparentemente mediocri nascondono in realtà un incalcolabile potenziale che poi si rivela al momento giusto?

Difficile dirlo, la situazione andrebbe analizzata di caso in caso, non penso ci sia una risposta univoca. E non è comunque sempre detto che sia possibile capire fino in fondo le ragioni che fanno emergere alcuni individui piuttosto che altri.
Le ricerche di Barbasi promettono sicuramente grandi progressi in questo senso, e vanno seguite con interesse, pur mettendo nero su bianco realtà per così dire non proprio edificanti.

Non credo però che trovare leggi universali per un mondo tanto complesso come quello del lavoro sia del tutto risolutivo. E non può neppure essere del tutto attribuita la responsabilità sempre e solo al sistema, facendo così frequentemente riferimento al nepotismo ( che pur esiste). In fondo è un po’ come nel mondo della musica, che a noi piace tanto. Perché alcuni interpreti, magari non particolarmente dotati, sovrastano altri più virtuosi? Perché certi cantanti e musicisti  bravi, che lavorano tutta una vita per affermarsi, non riescono mai pienamente nel loro intento?

In questi casi penso subentrino con forza anche caratteristiche personali che esulano dalle sole capacità di lavorare sodo e sopportare i sacrifici. Penso all’originalità, ad esempio, all’atteggiamento positivo, alla capacità di saper cogliere il momento giusto, all’interesse che realmente si prova per ciò che si sta facendo. E forse, perché no, anche a un giusto distacco.Si perché in fondo non è poi detto che concentrare tutte le proprie energie verso un obbiettivo unico, e pensare solo a quello, sia poi concretamente efficace. Quante persone di successo, infatti, ammettono che, se avessero trascurato la loro vita privata, ad esempio, non avrebbero avuto la forza e l’entusiasmo per dedicarsi con profitto alla loro professione. E poi, in definitiva, cosa si intende realmente per successo?
Oddio, qui si aprirebbe un altro lungo discorso….