La voce della luna

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Lunatici, bambini e poeti ascoltano la sua voce ed esprimono altre pieghe del pensiero. Una portavoce senz’altro conosciuta e apprezzata è Chandra Livia Candiani, poeta (pubblicata da Einaudi), insegnante di meditazione e poesia ai bambini delle periferie.

Intervistata dal direttore di Radio3 per la rubrica  ”La Cura” a proposito del periodo di confinamento, Candiani dice che ha sentito il bisogno di stare da sola e in silenzio per non fare gli stessi pensieri già pensati, i pensieri di quello che tutti sanno già e che da sola ha potuto ascoltare la sua follia per poter percorrere nuove strade.   La figlia di Alda Merini affermava che a rendere difficile il rapporto non fosse tanto il disagio mentale della madre, quanto la sua attività di poeta. Chandra Livia Candiani ha sentito la necessità della poesia perché figlia di una madre folle.

Candiani racconta che deve molto a sua mamma, di una” follia fulminante”, e che la poesia è un suo dono, fatta di “parole fulmine” ricevute nell’infanzia. La poeta descrive la funzione delle parole che è di svegliare, far vedere le cose che illumina prima che tornino nel buio.

C.L.C. ha interrotto gli studi perché si è resa presto autonoma per sfuggire alla famiglia difficile, faticava a concentrarsi; a trent’anni, durante un viaggio in India, incontra la meditazione con la tradizione buddhista Theravada. Inizia così un percorso che la porta ad accogliere la vita com’è, senza evitarla, ma non lasciandosi schiacciare. Comincia a prendere contatto con la vastità dell’essere, di quello che non si sa, quindi della poesia; molti contemplativi sono stati poeti. La poesia non è solo quella che si scrive, esiste già nella vita, come dice Candiani in un suo verso : ”Come sarà la dignità della vita umana/ sorvegliando l’arrivo/ della poesia? E la poesia sembra che inviti a scegliersi come si è, un po’ alberi che proprio quando fa più freddo si spogliano, esseri immersi nei paradossi delle meccaniche dell’universo, ma anche un po’ lacrime che non sanno scendere, ferite che non sanno guarire, persone che non sanno parlare, né tenere, né dire il bene. Essere poveracci senza destino ma che sorvegliano l’orizzonte, attenti alla possibilità che arrivi il dono. E in quel sorvegliare c’è la dignità di saper esitare e insieme di fare azione utile e grande nel farsi un po’ da parte, nel farsi fare dal vivere ma non ammazzare dal mondo. E fermare le mani cattive e farsi benedire da quelle buone e non dare le stesse risposte delle domande quando c’è crudeltà, spostare il colpo e il campo, imparare a non colpire chi ci colpisce, ma a non farsi massacrare, fargli trovare lo spazio vuoto davanti, allora sarà la sapienza di quello spazio a fargli intendere come stanno le cose. La poesia come arte marziale.” Qui c’è la sapienza della raccolta ”La bambina pugile”; dice l’autrice:” La poesia che dà il titolo al libro, parla del dopo, dell’adulto nato da un’infanzia che sfracella, e termina con qualcosa che è anche più del perdono, è la comprensione del dolore dell’altro, della solitudine del tiranno, del suo essere fuori mondo, mostro. E così saluto con l’augurio di non cancellare il male, di accoglierlo tutto, di sentirlo in pieno e di spostare solo dopo l’attenzione sull’altro e di vederne la miseria, che non è condonare niente, ma prospettiva ampia che può portare ad azioni forti, ma sempre calibrate dal sapere che i ruoli si invertono, che la complessità della vita non fa sconti, che è necessario rallentare, perfino fermarsi e lasciarsi riflettere, aspettare una comprensione smisurata come l’universo. Forse si chiama giustizia.”

Certe mattine

al risveglio        

c’è una bambina pugile

nello specchio,

i segni della lotta

sotto gli occhi 

e agli angoli della bocca,

la ferocia della ferita

nello sguardo.

Ha lottato tutta la notte

con la notte,

un peso piuma

e un trasparente gigante

un macigno scagliato

verso l’alto

e un filo d’erba impassibile

che lo aspetta

a pugni alzati:

come sono soli gli adulti.

Chandra è minuta e nel personale e nella voce, ma ha imparato la compassione per sé e gli altri.  Tollerare di non capire, fare silenzio, sentire i corpi, ascoltare.

“ Per ascoltare bisogna aver fame dell’altro, se no si ascolta sempre e solo quello che ci conferma. La poesia dovrebbe far sussultare il sapere condiviso, le consolazioni. E aprire varchi, farci intravvedere altre possibilità. Rendere invisibile il visibile diceva Rilke. Ascoltiamo meglio se la mente tace, se non associa e invece risuona. Per risuonare bisogna essere vuoti. Le domande stanno scomparendo dal mondo. Mi fa il cuore stretto passare ore con persone che non mi fanno nessuna domanda, come se fosse impudico, ma in realtà è assenza di differenze, di interesse, come fossimo tutti senza volto e chiedessimo di confermarci che tutto è opaco, che non c’è niente per cui valga la pena lasciare la casa e inoltrarsi nel non conosciuto. I bambini, quando stanno ancora bene, lasciano la casa ogni volta che parlano. Quando ballano poi…”

Candiani non teme di riconoscere che impara molto dai bambini più marginalizzati a cui insegna e in cui si riconosce. Da un “ diario di bordo”:

“E poi un bambino molto ferito che parlava pochissimo, come se le parole bruciassero. Gli do un titolo: Il silenzio. Lui scrive solo una parola: luna. Quando la legge:

Il silenzio.

Luna.

E noi il silenzio l’abbiamo sentito, toccato: luna.”