La forza del perdono, anche nella depressione

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Ciao a tutti carissimi amici e ben ritrovati all’appuntamento settimanale con la nostra newsletter. L’argomento di cui ci preme parlarvi oggi riguarda quel mostro terribile chiamato depressione.

Alcuni di voi, sopratutto quelli che non l’hanno provata direttamente o che non hanno avuto amici e familiari da essa interessati, penseranno che il termine “mostro” sia un’esagerazione. Non è cosi!  La depressione, sopratutto quella più forte e grave, può essere davvero invalidante e causare un’acuta sofferenza personale. Tra l’altro, purtroppo, la depressione coinvolge moltissime persone, e nonostante i grandi progressi che si sono compiuti nelle cure e nei metodi per sconfiggerla, rimane una malattia ancora in parte misteriosa. Quali sono esattamente le sue cause? Da che cosa viene determinata? Si tratta di una malattia genetica o invece è provocata da episodi drammatici della vita?

Non  è detto che ci siano risposte universali e valide a tutti  questi interrogativi. Probabilmente le cause della malattia sono da analizzare caso per caso e non è detto che riconoscerle sia necessariamente una strategia importante ai fini della guarigione. Da questo punto di vista, infatti, gli approcci variano a seconda del tipo di cura a cui uno si affida. Lo psichiatra tenderà, per esempio, a concentrarsi fondamentalmente sui sintomi attuali, cercando di migliorare la situazione attraverso l’utilizzo di farmaci, mentre è chiaro che uno psicologo di stampo freudiano, ad esempio, esplorerà probabilmente con maggior attenzione il passato della persona.

Attualmente sta prendendo piede con un certo successo la terapia cognitiva comportamentale, molto valida non solo nei casi di depressione, ma, ad esempio, anche per il disturbo ossessivo compulsivo. In che cosa consiste? Sostanzialmente il trattamento  mira a sostituire ai pensieri disadattivi pensieri e comportamenti adattivi. Conosciamo questo tipo di approccio e ci sentiamo di dire che spesso porta a dei buoni risultati, in un tempo tutto sommato breve, anche se il percorso a volte non è facile e richiede molto impegno. Non si può non citare l’attuale diffusione della mindfulness, una sorta di tecnica meditativa che,come dice il nome stesso, si impegna ad acquisire maggiore consapevolezza di sè, controllando maggiormente pensieri negativi provenienti dal passato e non solo ( spesso le nostre ansie sono determinate da pensieri catastrofici sul futuro). In realtà ci sembra importante sottolineare come in fondo abbia delle affinità con la più tradizionale meditazione buddista, e molto probabilmente sia stata in modo diretto da essa influenzata.

Ma il mondo delle religioni sembra non venire in aiuto solo con la mindfulness, ma anche con un nuovo approccio abbastanza rivoluzionario, anche se in realtà molto tradizionale, per non dire antico. Su psico- online abbiamo letto, infatti, della cosiddetta ” terapia del perdono” che sembra molto utile per alleviare i sintomi della depressione. La religione cattolica stessa invita al perdono, anche se è esperienza comune di quanto a volte sia difficile attuarla, sopratutto nei confronti di noi stessi. Eppure la sua utilità sembra ormai acclarata anche nella dimensione più strettamente medica della salute mentale. D’altronde quest’ultima non  può prescindere, ci sembra di capire,dalla tranquillità dello spirito e dai nostri buoni rapporti con gli altri e con il nostro passato. La terapia in questione si basa sulla presa di coscienza che la depressione sia alimentata anche dalla cosiddetta ” rabbia malsana”, a sua volta conseguente al dolore emotivo provocato da un’ingiustizia subita e che non è stata adeguatamente affrontata. Più nello specifico questa innovativa forma di trattamento fonda la sua validità su 4 passaggi mentali ed emotivi che interesserebbero il soggetto sofferente: la riflessione sugli episodi del passato in cui la persona si è sentita trattata ingiustamente e il riconoscimento di tali ingiustizie; La consapevolezza del dolore emotivo conseguente alle ingiustizie subite; Il fatto che, nel caso in cui non si riesca a trovare una soluzione al dolore emotivo, il paziente svilupperà la rabbia malsana, destinata a compromettere nel profondo il suo stato psicologico e i comportamenti ad essa correlati; la rabbia malsana, se non risolta, porterà a grave depressione e ansia. Da questo preciso resoconto, si può chiaramente comprendere come la terapia del perdono enfatizzi l’importanza di eventi passati nella sindrome depressiva, dando un apporto aggiuntivo all’efficacia che potrebbe avere un farmaco o altre forme di terapia più incentrate su sintomi presenti e attuali. In questo modo, tra l’altro, si attuerebbe la realizzazione di un approccio olistico nei confronti del paziente, teso quindi ad esplorare le varie dimensioni del soggetto, senza magari tralasciare sfere importanti relative alle dimensioni più interiori. Ma in cosa consiste esattamente la terapia del perdono? Molto semplicemente essa porterebbe ad una maggiore consapevolezza delle ingiustizie passate, che però avrebbero un’influenza negativa sul presente della persona. La presa di coscienza riguarderebbe soprattutto il riconoscimento della profondità della propria rabbia, di cui magari l’individuo in questione non è neanche perfettamente consapevole. Una volta appurata la distruttività della propria rabbia malsana, viene richiesto al paziente di provare a perdonare. E qui sta probabilmente l’aspetto più difficile di tutto il procedimento, perchè non è chiaramente facile adottare un atteggiamento benevolo e gentile con chi si ritiene essere stato cattivo con noi. E’ necessario, da questo punto di vista, una ferrea decisione da parte della persona di orientare la sua disponibilità in questo senso, aprendosi all’altro e risolvendo così sentimenti negativi che, accumulati, hanno contribuito al suo drammatico malessere.

Ci sembra di capire che, tutto sommato, il segreto stia comunque sempre nell’arricchire il proprio spirito di positività, senza magari adottare un esasperato ottimismo fine a se stesso (rischiando di diventare delle macchiette poco consapevoli e sinceramente un pò fastidiose), ma risolvendo conflitti interiori che, senza ombra di dubbio, possono essere provocati anche dal prossimo e da una scarsa armonia con persone che ci circondano. E’ esperienza comune che quando non si è in buoni rapporti con qualcuno, i nostri sentimenti, e in un certo senso la nostra visione del mondo, tendono a peggiorare. Se poi queste dinamiche sono causate da ingiustizie subite, la situazione può diventare realmente tragica. Nel consolidamento di un animo sereno e teso ad appianare conflitti, è necessario però sicuramente una guida, che può essere un terapeuta, ma anche un maestro spirituale o un amico ” illuminante” da questo punto di vista. Da non sottovalutare poi, aspetto che riteniamo assolutamente fondamentale, il perdono nei confronti di noi stessi, forse il più difficile da realizzare. E’ la rabbia con noi stessi che spesso manda in tilt e ci porta a disprezzare la realtà, magari perchè ci sentiamo vittime di scelte sbagliate e comportamenti inopportuni. Ma, ci sentiamo di dirlo serenamente, ci si può perdonare e si può sempre ricominciare.