Io penso positivo

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Incredibile a dirsi, ma è stato pubblicato un nuovo libro sul pensiero positivo. L’ ennesimo, dopo forse centinaia di testi più o meno validi sull’argomento. Si intitola The Science of Positivity, ed è stato scritto da Loretta Graziano Breuning, docente di Managment alla California State University. L’ autrice spiegherebbe quali sono le tecniche migliori per imparare a coltivare l’ ottimismo nella vita. Penso quindi supponga che l’ attitudine al pensiero positivo non sia innata, ma la si possa raggiungere esercitandosi, abituandosi attraverso diverse modalità a sfruttarne il più possibile i benefici.

 

I punti basilari che si possono estrapolare dal libro sono fondamentalmente tre. Primo, fare tre pause al giorno in cui cercare di pensare soltanto a cose positive, per un mese e mezzo. Secondo, porsi sempre obiettivi realistici suddividendoli in step intermedi. Terzo, elaborare una lista dei propri desideri, possibilmente molto ampia.

 

Allora, come ho accennato all’inizio c’è da dire che sono stati veramente innumerevoli gli autori che si sono cimentati in questo campo, a volte anche intrecciandolo con riferimenti religiosi importanti, relativi, ad esempio, ad una fiducia esistenziale nei confronti della provvidenza. E come non ricordare, tra gli altri spunti, anche la figura emblematica della mitica Pollyanna, protagonista di un libro e poi di film e cartoni animati, il cui segreto del suo vivere costantemente con fiducia e ottimismo non consisteva in nient’altro che nel vedere l’aspetto positivo in qualunque situazione.

 

Mah, apparentemente sembra tutto molto chiaro, splendido e splendente. Ma è davvero così? Verrebbe da porsi almeno qualche domanda. Per esempio, come si fa, in alcuni casi, a mostrarsi sorridenti e positivi? Non è più giusto, in determinati momenti, vivere il dolore e la tristezza pienamente, senza consolatori illusioni, accettando la vita per quel che realmente è, e non aggrappandosi ad una visione del mondo edulcorata a tutti i costi? E poi, non si rischia col tempo di sembrare delle vuote macchiette? Insomma, dobbiamo per forza coltivare ‘sto cavolo di pensiero positivo? Penso sia giusto dedicarcisi con un rasserenante equilibrio, senza strafare. E suppongo sia questo l’obiettivo ultimo dei tanti libri sull’argomento. Religione a parte, infatti, credo possa essere utile avere una buona fiducia nelle proprie capacità e un positivo approccio nell’interazione con gli altri e nell’affrontare esperienze nuove. Poi, certo, quando si può e, soprattutto, quando non possiamo sapere l’esito di un qualcosa, non pensare automaticamente in negativo e in modo pessimistico probabilmente aiuta. In pratica vale il buon detto della nonna: “non fasciarsi la testa prima di rompersela”.

 

Straordinaria a questo proposito l’idea della cantante Mina che, ad una domanda di una lettrice di Vanity Fair sull’argomento, ha risposto che è meglio coltivare il pensiero negativo, perché così, almeno, si rischia di avere più belle sorprese. UNICA!