In my Bed

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A chi non sono capitati momenti di profonda tristezza, di apatia, se non addirittura intere giornate durante le quali l’unico obiettivo è quello di dormire… Dormire per non pensare, per dimenticare il proprio problematico presente, schiacciati da una vita che può sembrare insopportabile e apparentemente senza senso. In quei periodi ci si lascia andare, distrutti, rigirandosi tra le lenzuola del letto.

Ebbene, tutto questo è stato magistralmente rappresentato dall’artista inglese Tracey Emin, nella sua ormai celebre opera “My Bed”. Qualche tempo fa questo lavoro artistico è stato riesposto alla Tate Britain di Londra, ove quindici anni prima fu presentato per la prima volta. Per chi ancora non lo conoscesse specifichiamo subito che non si tratta di un dipinto e neppure di una scultura intesa in senso tradizionale. È propriamente un’installazione, costituita da un letto sfatto e da un tappetino blu accanto, sui quali si trova praticamente di tutto: mozziconi di sigarette, vecchie fotografie, biancheria intima sporca, confezioni di pillole anticoncezionali, bottiglie vuote di vodka, ecc.

L’artista riattualizza sostanzialmente il Ready-Made di duchampiana memoria (ricordate? La ruota di bicicletta, l’orinatoio rovesciato…) anche se con un’elaborazione maggiore. Ad alcuni un’opera di questo tipo potrebbe apparire troppo semplice, il “potevo farlo anch’io” è sempre dietro l’angolo, ma è questa la grande forza di molta arte contemporanea, o almeno di quella buona: riuscire con poco (anzi, a volte con pochissimo) a suscitare nella mente dell’osservatore rimandi, rievocazioni e suggestive impressioni.

Quando poi il vissuto dell’artista aiuta a comprendere meglio il suo lavoro, notevole è il piacere concettuale che inevitabilmente ne deriva. Tracey Emin ha infatti raccontato di quanto “My Bed” rappresenti in modo diretto un periodo molto difficile della sua vita, durante il quale, in seguito alla separazione da un suo compagno, stette alcuni giorni a letto in uno stato catatonico. L’installazione è emblematica del profondo stato di malessere vissuto in quei momenti, della sua inerzia e sregolatezza. L’artista ha, inoltre, precisato che, mentre alla prima esposizione del 1999 l’opera era simbolo del suo stato d’animo di allora, oggi è diventata una sorta di ricordo, di fotografia del passato, che in questo modo tutti possono condividere.
Da sottolineare il fatto che, inizialmente, l’opera era stata realizzata in modo differente, e così esposta nel 1998 alla Galleria Sagacho di Tokyo: il letto si trovava su una bara e un minaccioso cappio pendeva dal soffitto. Ritengo che la versione di oggi sia decisamente migliore, perché in definitiva più semplice, elegante, meno ostentatamente drammatica e funerea.

E’ vero che in alcuni momenti di depressione si fanno anche pensieri lugubri e autodistruttivi, ma le volte il bello dell’arte è anche quello di attutire l’impatto con una realtà vissuta drammaticamente, e di non veicolare, in modo anche un po’ gratuito, sensazioni vagamente macabre.