Imparare a saltare

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La relazione tra enti ed esseri non è avvicinabile, o lo è solo in parte, all’immagine della continuità, della tessitura di fili, del progredire; la fisica quantistica ci ha avvicinato alla possibilità di distanze, baratri, rapporti non-causali, ma correlazioni a distanza. Di fronte a un’interruzione, a una distanza infinita con l’alterità possiamo provare estraneità, tuttavia un bisogno di raggiungerla in qualche modo, di cambiare vita.
Tutte le interruzioni ci insegnano un sacco di cose, prima di tutto a saltare, proprio come fanno gli elettroni quando passano da un livello energetico maggiore a uno minore emettendo pacchetti discreti di “fotoni”, ad abbandonare l’assetto, a corteggiare le virtualità della perdita dell’equilibrio, della vertigine, ad attribuire al pensiero la capacità di toccare l’impensabile, di desiderare l’ignoto. Sì, anche in noi stessi occorre saltare, perché il nostro destino è quello di non raggiungerci.
Robert Browning, poeta, diceva :”La portata dell’uomo deve andare oltre la sua presa, altrimenti a che serve la metafora? ” La poesia sposta il pensiero verso correlazioni che non garantiscono una presa stabile e ferma, ci proiettano ancora più avanti di quel che conosciamo.
“Io penso” e continua con uno schizzo di quello che non è un albero della vita, bensì un corallo, Charles Darwin sul suo taccuino B. E’ il 1836, l’idea che sta prendendo forma sugli appunti dello scienziato di ritorno dai suoi viaggi alle isole Galapagos non è solo bizzarra, ma rivoluzionaria perché mette in discussione la stabilità delle specie così create dal Creatore. Il corallo ramificato ha il “tronco” morto, mentre sono vivi i polipi che vanno verso l’alto, così come le specie derivano le une dalle altre e le più antiche sono estinte.
Nel taccuino rosso di Darwin emerge l’idea che l’EVOLUZIONE avvenga per SALTI, più tardi rinnegherà questa intuizione per scrupoli religiosi, invece studi successivi confermeranno la prima ipotesi.
Dunque per evolverci dobbiamo imparare a saltare.
PARKOUR
Nasce come “Parcour” nelle periferie francesi degli anni Ottanta come circuito, percorso della gara, basato sul correre, saltare, volteggiare fra ostacoli cercando di toccare il meno possibile per terra e usando gli ostacoli come catapulte o trampolini per rilanciarsi oltre e più avanti. Si diffonde oltremanica e poi oltreoceano fra adolescenti compressi negli spazi cementizi urbani.
Traceurs in Francia, Parkourist altrove, sono detti coloro che lo praticano, e il primo traceur è stato riconosciuto David Belle, giovane pompiere che ha anche partecipato a un film prodotto da Luc Besson,”Yamakasi, I samurai dei tempi moderni”, 2003.
La filosofia sottesa a questa disciplina è quella di tracciare un percorso esteticamente interessante per affrontare le difficoltà e le paure ambientali e mentali che si frappongono all’espressione di se stessi.
E’ una sfida con sé, ma si pratica in gruppo per supportarsi e stimolarsi, così pure a Radio liberamente è nato un nuovo programma per superare la Pandemia e catapultarci con creatività e tanta buona musica nel Futuro.