Fingersi matte per cambiare il mondo

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Ciao a tutti e ben tornati all’appuntamento settimanale con la nostra newsletter. Si sta avvicinando natale ( eh si, direte voi, e pensare che sembra ieri che sono finite le vacanze estive), le decorazioni luminose arricchiscono le nostre città e il pensiero dei regali da fare ci sta già tormentando. Spesso, presi dallo sfrenato consumismo e da ornamenti esteriori, dimentichiamo il vero senso del natale, avvertito dalle persone religiose ma anche, dobbiamo dirlo, dai non credenti. In questo periodo infatti si respira un’ aria di pace, di serenità, e un dolce desiderio di fare del bene agli altri.

E’ proprio presi da questo avvolgente clima di altruismo, destinato a renderci persone migliori, che abbiamo pensato di raccontarvi la storia di una donna assolutamente coraggiosa e virtuosa, che potrebbe essere un esempio per tanti di noi, per i risultati raggiunti nella sua carriera ma sopratutto per l’atteggiamento combattivo con cui ha perseguito i suoi obiettivi. Stiamo parlando di Elisabeth Cochran, una giornalista investigativa di cui forse non avete mai sentito parlare, ma che vi assicuriamo essere un modello esemplare a tutti gli effetti, di cui abbiamo letto la storia sul sito internet curioctupus.

Ma andiamo con ordine. In un certo senso la sua avventura inizia quando lei ha 21 anni e decide di scrivere a George Madden, direttore del PITTSBURGH Dispatch , per protestare contro un articolo misogino che l’aveva infastidita. La modalità con cui Elisabeth si espresse fu talmente tanto avvincente da invogliare il direttore del giornale a desiderare che lei uscisse  allo scoperto( la ragazza, infatti, si era firmata con uno pseudonimo). Era il 1885, e forse Elisabeth non si sarebbe mai aspettata che quel suo gesto di critica a un  articolo del giornale, le avrebbe aperto le porte di una lunga e intensa carriera come giornalista investigativa. Tra l’altro, in quel periodo, la condizione economica della giovane ragazza non era certa prospera. Dopo la stesura di un articolo, Madden le assegnò un posto fisso nel suo giornale, incaricandola di seguire una tematica sociale importante come il lavoro nelle fabbriche delle donne.

Questa prima esperienza però si concluse abbastanza velocemente, perchè il fatto che una donna si occupasse di tematiche cosi importanti fu visto come non appropriato, e per questo motivo alla ormai giornalista fùrono affidati articoli più leggeri, destinati a raccontare notizie relative alla moda, al giardinaggio e, più in generale, alla società. Dopo un’esperienza come corrispondente estera in Messico, che però fu costretta a lasciare in seguito a un suo articolo di denuncia ritenuto troppo scomodo, decise di trasferirsi a New York, in certa di nuove opportunità che potessero valorizzare il suo lavoro dà giornalista.

E qui si verificò l’episodio  che più ci ha colpito e che ha veramente dell’incredibile. Assunta al New York World, venne incaricata di realizzare investigazioni nell’ospedale psichiatrico femminile Blackwell’ s Island. Per adempiere a questo compito, Elisabeth avrebbe dovuto fingersi pazza, facendosi cosi ricoverare nell’istituto. Impresa davvero coraggiosa e ad alto rischio, ma che la nostra eroina non esitò a portare a termine. Stette nel ricovero dieci giorni ed ebbe modo modo di osservare le pessime condizioni in cui versavano le pazienti, oltretutto maltrattate, e, come Elisabeth ebbe modo di verificare parlando con alcune di loro, in diversi casi rinchiuse lì non a causa di una effettiva patologia, ma per volere di famiglie che le ritenevano “scomode”.

Il risultato di tale importante impresa fu la pubblicazione di “Dieci giorni in manicomio”, che non solo  consacrò Elisabeth come giornalista, ma apri anche un processo destinato a portare innovazione nei ricoveri psichiatrici e una revisione dei referti medici con cui, evidentemente, si eccedeva nel considerare malate persone che in realtà non lo erano.

Da questa storia si evincono tante riflessioni, ma ciò che ci preme sottolineare, e che emerge prepotentemente dalle prodezze di Elisabeth, è come anche una persona che in fondo parte da zero possa, con indubbio talento ma sopratutto con una buona dose di coraggio e di temerarietà, arrivare a grandi risultati. E non parliamo solo di risultati personali, che già comunque porterbbero una motivazione sufficientemente allettante, ma anche effetti concreti a livello sociale e politico. Certamente a volte ci vuole anche un pizzico di fortuna, non è detto che l’impegno sempre porti a risultati cosi grandiosi, ma ognuno, in base alle sue possibilità e alla spinta di autorealizzazione, può mutare in modo più o meno significativo parte del suo mondo. Una persona realizzata è sempre un beneficio anche per tutta la società.