“Che non si muore per amore è una gran bella veritààà…” ( forse)

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“Che non si muore per amore è una gran bella verità, perciò dolcissimo mio amore,ecco quello, quello che, da domani mi accadrà”, cosi cantava Mina in un memorabile concerto alla Bussola nel 1972, reinterpretando uno struggente brano di Lucio Battisti. La grande cantante sentenziava che non si muore per amore, anche se poi il resto del testo faceva capire che in realtà, in una situazione simile, non è che uno se la passi comunque moto bene.

Nell’ altrettanto disperato ritornello, Mina ripete più volte “Piangerò, io piangerò”. Ci è sembrato opportuno citare questo brano musicale per introdurre l’argomento della nostra odierna Newsletter, il fatidico “mal d’amore”. Attenzione, però. Con questa espressione non intendiamo indicare, come comunemente potrebbe sembrare, una situazione di amore non corrisposto, o , ad esempio, la sofferenza legata all’abbandono del partner o alla scoperta di un suo tradimento. Senza minimizzare questi tipi di problematiche, noi oggi parleremo del mal d amore più definitivo, in un certo senso assoluto, la scomparsa del proprio compagno- compagna. Navigando su internet abbiamo letto un articolo di Ilaria Betti sull’ Huffington Post in cui si racconta di un’ importante ricerca svoltasi su questo fenomeno e sulle sue deleterie conseguenze. Stando a questa, sembrerebbe infatti che di mal  d’ amore si possa anche morire. Ma cerchiamo di comprendere più nel dettaglio come si è svolto lo studio scientifico, pubblicato sulla rivista ” Psychoneuroendocrinology”  e il cui autore è Chris Facundes, professore di psicologia alla School Of Social Scientist della Rice University.

La ricerca ha visto il coinvolgimento di 32 persone e ha drammaticamente rilevato come, durante i 3 mesi seguenti alla morte del proprio partner, essi presentino una predisposizione maggiore ad alcuni fattori di rischio, sopratutto di ordine cardiovascolare. Addirittura sembra che nei primi 6 mesi dopo il tragico evento, i soggetti vadano incontro a un rischio di mortalità incrementato del 41% rispetto a condizioni normali. D’altronde, la morte di una persona rappresenta sempre qualcosa di terribile, chiunque essa sia e qualunque tipo di relazione essa abbia instaurato con noi. Se poi si abbatte su un nostro parente stretto o, come in questo caso, sulla persona amata, il suo scandalo può diventare insopportabile, denso di sofferenze anche a livello fisico. Sovente, in tali contesti, si racconta di una sofferenza del cuore , ma più scientificamente la ricerca in esame parla anche di cicotine, e della loro elevata presenza nell’arco dei 3 mesi successivi alla morte del partner.

Di che cosa si tratta? Le cicotine sono sostanzialmente delle molecole proteiche emesse da alcune tipi di cellule, generalmente in seguito a degli stimoli che modificano il comportamento di altre cellule. Quando esse sono presenti, significa che nel corpo, in genere a livello locale ma alcune volte su tutto l’organismo, siamo in presenza di uno stato infiammatorio. Ma non solo.  In situazioni di questo tipo si assisterebbe anche ad alcuni problemi a livello cardiaco. Ecco allora che rientra prepotentemente  l’immagine del cuore addolorato, stanco e sofferente , non più soltanto emblema simbolico della nostra parte emotiva , ma concreto organo del corpo che risente di un dolore sentimentale più che mai profondo. Altra conclusione della ricerca, in realtà abbastanza prevedibile, i vedovi e le vedove avrebbero il 20% in più di sintomi depressivi.

Facundes sottolinea che, sebbene il rischio cardiovascolare non appartenga alla totalità degli individui sofferenti di un lutto, bisogna affermare comunque  che il rischio esiste. Auspica poi di riuscire in futuro a  determinare quali effettivamente siano le persone più soggette a tali insidiosi pericoli della salute. Indipendentemente da ciò, pensiamo  sia fondamentale per tutti un processo di elaborazione del lutto ( “elaborazione” è  un termine in questo caso bruttissimo ma corretto scientificamente) che preveda, oltre a un ricordo vivo della persona amata,  un tentativo di caratterizzare la propria vita in senso positivo, attraverso l’individuazione di passioni e interessi che possano colmare il vuoto. Riappropriarsi della propria vita non deve essere inteso come un tradimento del ricordo, ma anzi come la riconquista della personalità che tanto era stata amata e desiderata..