Cantare la depressione

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Ciao a tutti e benvenuti all’appuntamento settimanale con la nostra newsletter. Siamo tutti in trepidante attesa di Màt, la straordinaria settimana della salute mentale, che impegnerà noi di Radio Liberamente in maniera attiva ma, soprattutto, molto costruttiva. E’ vero, saremo occupati ad intervistare sovente medici e altre figure professionali coinvolte nel mondo della salute mentale, ma non tralasceremo ( come d’altronde abbiamo fatto anche durante gli anni precedenti) di incontrare gli artisti che animeranno, con il loro carisma e il loro talento, l’evento Màt. Perché quest’ultimo, non dimentichiamole, non sarà solo dibattiti e conferenze, ma anche musica, sport, cinema, teatro e via dicendo.

Quando l’arte, in qualunque sua espressione, incontra il disagio psichico e, più in generale, la sfera dell’interiorità e del mondo spirituale, i lavori che da essa nascono, se genuini e ben costruiti, possono essere davvero emozionanti. In modo particolare, potrebbero diventare come specchi nei quali riconoscersi o, quantomeno, rivedere proprie inquietudini e sentimenti. E quando sono gli stessi artisti a commentare i loro lavori o, ancora più ammirevole, ad esternare propri stati emotivi ( compresi eventuali turbe psichiche o comunque difficoltà psicologiche), allora anche la contemplazione delle loro opere acquista un senso maggiore, un’importanza più viva.
Negli ultimi anni, l’esternazione del proprio disagio psichico è diventata indiscutibilmente più frequente. Nonostante ci sia ancora molto lavoro da fare ( soprattutto nel combattere lo stigma, ma anche nella semplice diffusione di precise conoscenze sulle varie patologie), è rasserenante constatare una maggiore apertura in questo senso. Se poi a fare outing sono personaggi famosi, una visione ottimistica sul progresso della lotta al pregiudizio si fa inevitabilmente più forte. Dichiarare pubblicamente i propri disturbi psicologici, può portare altri a fare lo stesso e incitare una maggiore condivisione del problema.

E’ quanto fatto ultimamente dal rapper Ghemon, il quale ha pubblicato un’interessante autobiografia in cui, tra le altre cose, parla in maniera particolareggiata della sua depressione. Abbiamo letto un’avvincente sua intervista in ilLibraio.it e ci piaceva condividerla in parte con voi. Innanzitutto, come precisa la giornalista Veronica Tosetti, autrice dell’articolo, parliamo di un artista che, anche solo dal punto di vista del suo lavoro, presenta una ” diversità” affascinante, un desiderio ardente di oltrepassare gli stretti confini del genere musicale con cui in genere si definisce la sua attività artistica. Ghemon è infatti uno sperimentatore, che ricerca arrangiamenti innovativi, che si accompagna nei live con una band e cerca di sperimentare con la sua stessa vocalità. Riteniamo che già il fatto di non dormire sugli allori ( come si suol dire), ma di impegnarsi costantemente in una ricerca artistica profonda, sia segno di un’intelligenza vivace, nonché di un’interiorità intrigante, piena di fascino. L’autobiografia in questione è uscita alcuni mesi dopo il suo disco intitolato “Mezzanotte”, che narra il periodo particolare trascorso dall’artista negli ultimi tempi. Un periodo ricco di cambiamenti, purtroppo negativi: la conclusione di una relazione, la depressione e una profonda crisi artistica.
Nell’intervista, il rapper parla più volte di “consapevolezza” e spiega come abbia sostanzialmente trovato facile utilizzare la scrittura per la stesura del suo libro. Dice che il flusso della scrittura è stato molto libero, probabilmente perché non distante dal modo di scrivere il rap, genere musicale per se stesso molto discorsivo. Rielaborare certi aspetti della sua vita ( “passarci sopra”, come dice lui) lo ritiene importante, addirittura terapeutico. D’altronde l’esistenza stessa dell’artista è stata particolare, caratterizzata da cambiamenti e svolte importanti, dettate probabilmente da un desiderio continuo di miglioramento. Ghemon racconta, ad esempio, di come ad un certo punto abbia deciso di affinare con decisione le sue qualità di interprete, dedicandosi allo studio del canto, in una strenua ricerca della propria voce, in un processo, viene da pensare, quasi emblematico di una scoperta della propria identità. Il 2017 è l’anno in cui compare la depressione, le cui prime avvisaglie sembrano essere state alcuni vissuti e stati d’animo molto particolari: una mancanza di vera e totale soddisfazione nonostante il successo, nonché la cosiddetta ” sindrome dell’impostore”, ovvero la sensazione disturbante di non possedere realmente il talento dagli altri invece riconosciuto e il timore, conseguentemente, di venire prima o poi “scoperti”.

Ghemon farà psicoterapia e utilizzerà psicofarmaci, e all’intervistatrice racconta la grande importanza che per lui ha avuto parlare del suo disturbo, perché quando in passato gli è capitato di ascoltare testimonianze dello stesso genere da parte di personaggi pubblici, ha ricevuto un certo sollievo. Scrivere della sua depressione gli è stato possibile, però, solo dopo averla elaborata, capita, non nel periodo di acuta sofferenza.
In generale, non possiamo che fare tanti in bocca al lupo a questo fantastico musicista, che ha saputo affrontare il suo dolore e condividerlo con gli altri. Non sempre ci si riesce, ma è importante, almeno una volta terminati i periodi maggiormente drammatici, ricordare, anche parlandone con amici e conoscenti ( se non con il vasto pubblico di lettori di un libro), le tappe che hanno caratterizzato il proprio percorso di guarigione, o, quantomeno, di ritorno ad una quotidianità serena e soddisfacente. La scrittura può essere in questo senso un’avvincente forma di espressione, per prendere distacco da una propria confusione emotiva o per visualizzare in modo chiaro il proprio cammino. A volte, acquisire una cristallina consapevolezza dei tanti passi positivi percorsi sulla strada della guarigione, può essere davvero importante, se non addirittura entusiasmante