Approccio olistico per affrontare i DCA

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Ciao a tutti e benvenuti ad un nuovo appuntamento con la nostra newsletter. Siamo tutti in attesa di Màt 2020, anche quest’anno ricchissimo di eventi ed iniziative per informare e sensibilizzare sul mondo della salute mentale. Sicuramente pure durante la prossima edizione verranno toccati ed approfonditi vari argomenti di grande interesse e noi di Radio LiberaMente, come raccontato anche nella precedente newsletter, saremo in prima linea nel darvi conto di quanto succederà, attraverso interviste, dirette, podcast e le nostre ormai mitiche “radiocronache”. A questo proposito, non pensiate che, se le condizioni lo richiedano, non potremmo essere in grado di utilizzare o, meglio, usufruire di strumenti diversi rispetto a quelli usuali. Cosa intendiamo dire? Chi ci ha seguito lo scorso anno, ad esempio, si ricorderà molto bene la “disinvoltura” con cui ci siamo accostati allo speed-date incentrato sulla conoscenza dei disturbi del comportamento alimentare, tenutosi durante lo scorso Màt al Policlinico di Modena, in Facoltà di Medicina e Chirurgia. Ricordate? Alberto e Lucia, ripresi dalla nostra videocamera, si sedettero curiosi innanzi agli operatori del Programma DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) per volgere loro domande relative ad una delle tematiche che, vuoi per problemi vissuti direttamente o da parenti e conoscenti, vuoi per semplice curiosità, suscitano maggiore interesse nel campo della Salute Mentale.
Nell’invitarvi a rivedere la nostra esperienza allo speed-date http://www.matmodena.it/2019/radiocronaca-n5-un-insolito-speed-date-per-radio-liberamente/ vi desideravamo informare che certamente, anche quest’anno, verranno trattate a Màt tematiche relative al rapporto salute mentale-alimentazione, rapporto su cui, soprattutto negli ultimi decenni, si è cercato di far luce acquisendone una sempre maggiore consapevolezza. A questo proposito, ci sembrava interessante informarvi di un articolo pubblicato da pochissimo su Psiconline, a cura della dottoressa Giorgia Lauro, incentrato sull’anoressia nervosa ma, soprattutto, sul trattamento della stessa, finalizzato a rendere qualitativamente migliore la vita dei pazienti. L’articolo suddetto, nella parte iniziale, fa un breve excursus sulle ricerche e i dibattiti che in seno alla comunità scientifica sono state realizzati sull’argomento “anoressia nervosa”. Si fa riferimento, quindi, agli elementi che ipoteticamente vengono ritenuti condizionanti la malattia, come il modello di donne magrissime diffuse dai media o, ad esempio, il desiderio di controllare le situazioni per mezzo di un dominio applicato sull’assunzione del cibo. Viene altresi detto come al dott.Paul Rhodes, insegnante di Psicologia presso l’Università di Sidney, tale tipologia di visione appaia tutto sommato riduttiva, perché tende a trascurare la profonda sofferenza presente con la patologia, determinata, a suo dire, da elementi genetici, di personalità e sociali.
Vengono quindi elencati alcuni dati relativi ai trattamenti della patologia, soffermandosi su numeri positivi ma anche su realtà non certo confortanti. Se è vero che il sessanta percento tra bambini e adolescenti riescono a migliorare con una cura famigliare (a patto però che si agisca presto), risulta triste osservare che in un venti percento il disturbo tende a rimanere grave e cronico, rendendo difficoltoso, per i soggetti coinvolti, la stessa distinzione tra la malattia e il nocciolo della propria identità. Visto anche lo scoramento provato da questi pazienti, alcuni specialisti si sono adoperati per rendere migliore la loro vita da un punto di vista qualitativo, incoraggiando una forma più olistica di trattamento del problema, che tenga conto si del tipo di alimentazione (più che del peso in se stesso), ma anche, ad esempio, dell’inserimento in attività sociali, del sostegno alla rete famigliare e amicale per l’assistenza, che preveda di concentrarsi con decisione sui “punti di forza” della persona (anziché solo su loro problemi e fragilità), di incentivare l’indipendenza del soggetto e via dicendo. Tutto ciò, è importante sottolinearlo, non con strumenti coercitivi ma basandosi sulle comunità di cura.
Anche durante scorse edizioni di Màt si è parlato di trattamento olistico, sottolineando la sua validità nell’affrontare il disagio psichico. Attraverso questa tipologia di approccio, si cerca di guardare la persona nella sua interezza, non trascurando le varie dimensioni della sua esistenza e le sfaccettature della sua personalità. In tale contesto si può inquadrare anche l’importanza che sta assumendo pure qui in Italia il Dialogo aperto, metodologia finlandese a cui Radio LiberaMente ha dedicato un’intera trasmissione qualche mese fa.Metodologia incentrata, tra le altre cose, sul coinvolgimento della rete famigliare e sociale del paziente, e che sembra dare risultati molto positivi e incoraggianti.
Ritornando all’articolo di Psiconline, sembra che questo nuovo approccio al disagio psichico causato dall’anoressia, inserito in una terapia di tipo cognitivo-comportamentale, abbia un’efficacia davvero buona sotto diversi punti di vista. Notizie molto positive, quindi, che ci auguriamo possano stimolare i ricercatori a studiare questi problemi con sempre grande impegno, considerando la persona nella sua interezza e nei suoi rapporti sociali.